I “compagni di viaggio” invisibili dell’acqua domestica
Quando si parla di rischio microbiologico legato all’acqua, il pensiero va quasi automaticamente alla Legionella.
È comprensibile.
È il microrganismo più noto, più mediatico e più temuto.
Ma l’acqua, soprattutto quella che percorre impianti interni complessi, non è mai un ambiente abitato da un solo ospite.
È più simile a un condominio biologico, dove convivono specie diverse, alcune innocue, altre potenzialmente pericolose, molte capaci di interagire tra loro e con le superfici degli impianti.
Concentrarsi solo sulla Legionella rischia di far perdere di vista un quadro molto più ampio.
La normativa europea e italiana, in particolare la Direttiva (UE) 2020/2184 recepita con il D.Lgs. 18/2023 e rafforzata dal D.Lgs. 102/2025, imposta la sicurezza dell’acqua su un approccio basato sul rischio.
Questo significa che non basta controllare un singolo parametro o un singolo microrganismo, ma occorre valutare l’insieme delle condizioni che possono favorire la crescita microbica lungo tutta la filiera, inclusi gli impianti interni agli edifici.
Ed è proprio lì, dopo il contatore, che spesso si creano le situazioni più interessanti dal punto di vista microbiologico.
Pseudomonas aeruginosa e altri ospiti resilienti
Uno dei protagonisti meno conosciuti ma molto diffusi è Pseudomonas aeruginosa.
È un batterio ambientale che ama l’acqua, le superfici umide e soprattutto i biofilm.
È capace di sopravvivere in condizioni difficili, di resistere a molti disinfettanti e di colonizzare facilmente rubinetti, docce, flessibili e terminali d’uso.
In ambito domestico può sembrare un problema marginale, ma in presenza di persone fragili, ferite cutanee o dispositivi medici può diventare un rischio serio.
La sua presenza è spesso un indicatore di scarsa igiene impiantistica o di stagnazione cronica.
Batteri coliformi e indicatori di contaminazione
Un altro gruppo importante è quello dei batteri coliformi, che comprendono specie come Escherichia coli, Enterobacter, Klebsiella e Citrobacter.
La normativa li utilizza come indicatori di contaminazione fecale o di problemi igienici lungo il sistema.
La loro presenza nell’acqua potabile non è mai accettabile.
Se compaiono in un impianto interno, il messaggio è chiaro.
Qualcosa nel sistema non funziona.
Può trattarsi di infiltrazioni, ritorni di flusso, serbatoi sporchi o tubazioni compromesse.
In ogni caso, non sono ospiti che arrivano per caso e non sono ospiti che si possono ignorare.
Enterococchi intestinali e segnali di allarme
Gli enterococchi intestinali sono un altro indicatore fondamentale.
Sono batteri resistenti, capaci di sopravvivere a condizioni ambientali difficili e a trattamenti di disinfezione non ottimali.
La loro presenza segnala problemi di contaminazione che possono avere origini diverse, ma che richiedono sempre un’indagine tecnica accurata.
Pensare di risolvere tutto con una semplice disinfezione senza capire la causa è come asciugare il pavimento senza chiudere il rubinetto che perde.
Micobatteri non tubercolari e rischi silenziosi
Esistono poi microrganismi meno noti al grande pubblico ma importanti dal punto di vista tecnico, come i micobatteri non tubercolari.
Vivono in acqua, resistono al cloro e trovano nei biofilm un ambiente ideale.
Alcune specie possono causare infezioni respiratorie o cutanee, soprattutto in soggetti immunodepressi.
La loro presenza è legata a impianti con temperature favorevoli, stagnazione e superfici interne colonizzate.
Non fanno rumore.
Non cambiano il sapore dell’acqua.
Ma possono diventare un problema serio in contesti sanitari o in abitazioni con persone fragili.
Il biofilm come ecosistema centrale
Il biofilm è il vero protagonista di questa storia.
Non è un microrganismo, ma una comunità.
Batteri, alghe microscopiche, funghi e protozoi si organizzano in una matrice protettiva che aderisce alle superfici interne delle tubazioni.
Il biofilm non è solo un rifugio.
È una fabbrica biologica.
Qui i microrganismi si proteggono dai disinfettanti, scambiano materiale genetico e creano un ambiente favorevole alla crescita di specie più esigenti.
La Legionella, per esempio, spesso non vive da sola, ma sfrutta il biofilm e altri microrganismi come supporto.
Eliminare un batterio senza gestire il biofilm significa spesso combattere l’effetto e non la causa.
Approccio normativo e gestione del rischio
Dal punto di vista normativo, l’approccio moderno non chiede solo di misurare, ma di capire.
Il D.Lgs. 18/2023 e il D.Lgs. 102/2025 spingono verso una gestione basata sull’analisi del rischio, integrata nel Piano di Sicurezza dell’Acqua.
Questo implica valutare le condizioni che favoriscono la crescita microbica.
Temperature.
Tempi di permanenza dell’acqua.
Materiali.
Presenza di accumuli.
Ricircoli inefficaci.
Terminali poco usati.
I microrganismi non sono entità astratte, ma risposte biologiche a condizioni tecniche ben precise.
Analisi microbiologiche come strumento di lettura
Le analisi microbiologiche diventano quindi uno strumento di lettura dell’impianto.
Non servono solo a dire se l’acqua è “buona” o “cattiva”, ma a capire cosa sta succedendo dentro le tubazioni.
Un campionamento fatto dopo stagnazione e uno dopo flussaggio raccontano storie diverse.
Se i valori cambiano drasticamente, il problema non è l’acquedotto, ma l’impianto interno.
È come confrontare l’aria fuori casa con quella di una stanza chiusa da giorni.
Se l’odore cambia aprendo la finestra, la fonte del problema era interna.
Prevenzione reale e responsabilità
La gestione del rischio microbiologico non può essere ridotta a interventi sporadici.
Disinfezioni occasionali senza una strategia portano spesso a risultati temporanei.
I microrganismi sono pazienti.
L’uomo no.
Tornano appena le condizioni tornano favorevoli.
La vera prevenzione passa da manutenzione programmata, controllo delle temperature, riduzione della stagnazione, materiali idonei e verifiche analitiche periodiche.
Ogni intervento deve essere verificato con i dati.
Senza numeri si lavora a sensazione.
E la sensazione, in microbiologia, è un pessimo consulente.
In condomini, strutture ricettive, palestre, RSA o edifici aperti al pubblico, ignorare la presenza di microrganismi diversi dalla Legionella non significa essere prudenti, ma incompleti.
La sicurezza dell’acqua è un sistema, non una casella da spuntare.
Un Piano di Sicurezza dell’Acqua o un DVR Legionella ben fatti tengono conto dell’intero ecosistema microbico, non solo del suo abitante più famoso.
Conclusione
La Legionella è solo il volto più noto di un mondo molto più popolato.
Pseudomonas, coliformi, enterococchi, micobatteri e molte altre specie convivono negli impianti idrici e reagiscono alle stesse condizioni tecniche.
Stagnazione.
Temperature sbagliate.
Materiali inadeguati.
Biofilm.
Gestire il rischio microbiologico significa guardare l’insieme, non il singolo attore.
Le analisi, la valutazione del rischio e la gestione tecnica dell’impianto sono gli unici strumenti per trasformare un ecosistema invisibile in un sistema controllato.
Ignorarlo non lo rende meno vivo.
Lo rende solo meno visibile.
Riferimenti normativi e tecnici
Direttiva (UE) 2020/2184.
D.Lgs. 18/2023.
D.Lgs. 102/2025.
Linee guida nazionali per la prevenzione e il controllo delle infezioni correlate all’acqua.
Documenti tecnici ISS, OMS ed EFSA sulla qualità microbiologica delle acque.
